Giustizia

LA DONNA NELLA FAMIGLIA TRA ETICA E DIRITTO

Negli ultimi decenni, il panorama giuridico italiano in materia di rapporti familiari è stato oggetto di importanti riforme che hanno modificato e, in taluni casi, riscritto del tutto i precedenti assetti normativi. Con l’entrata in vigore della Costituzione nel 1948, è stato sancito il principio dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, da cui discende l’attribuzione al marito e alla moglie di pari diritti e la valorizzazione della personalità e della dimensione individuale di ciascun coniuge. La previsione costituzionale non ha ricevuto, tuttavia, immediata applicazione nella pratica, in quanto, anche a seguito dell’entrata in vigore della Carta dei Diritti, la disciplina dei rapporti familiari continuava a trovare fondamento nel Codice civile del 1942, fortemente permeato dai valori autoritari ottocenteschi, ancora distanti dalla piena valorizzazione della personalità individuale dei coniugi.
Nella disciplina codicistica, le relazioni familiari erano caratterizzate da un sensibile squilibrio della posizione giuridica dei coniugi, che sovente implicava una vera e propria forma di soggezione della moglie alla potestà del marito, considerato “capo della famiglia” ai sensi dell’art. 144 c.c. La potestà maritale, inoltre, era esercitata anche nei confronti della prole, posto che solo alla morte del padre, o negli altri casi stabiliti dalla legge, l’esercizio della potestà sarebbe spettato alla madre. Gli ideali alla base della regolamentazione dei rapporti familiari miravano alla protezione della famiglia, considerata un nucleo inscindibile, la cui disgregazione era consentita solo al verificarsi di fattispecie tassativamente previste dal legislatore. Invero, l’unico modello di separazione dei coniugi ammesso dal legislatore era quello fondato sulla colpa, ossia sulla commissione da parte di uno degli sposi di una condotta contraria ai doveri matrimoniali (adulterio, abbandono della casa familiare, minacce, ingiurie gravi, sevizie). La separazione, quindi, assumeva carattere quasi sanzionatorio a carico del coniuge “colpevole”, ma la disciplina di tale istituto presentava ancora notevoli margini di sperequazione tra coniugi. Infatti, l’adulterio da parte del marito era considerato causa di separazione unicamente qualora avesse cagionato grave ingiuria nei confronti della moglie.
La casistica riportata è esempio del fatto che il Codice civile del 1942 e la Costituzione del 1948, sebbene entrati in vigore a distanza di soli sei anni, erano permeati da valori fortemente contrapposti e difficilmente conciliabili in materia di rapporti familiari.

Non bisogna dimenticare che il panorama legislativo vigente aveva inevitabilmente prodotto ripercussioni sui costumi sociali, che apparivano progressivamente sempre più anacronistici e distanti dal principio di eguaglianza tra coniugi proclamato dalla Costituzione. Per tale ragione, a partire dalla metà degli anni Sessanta dello scorso secolo, la Corte Costituzionale ha progressivamente espunto dall’ordinamento giuridico le disposizioni in materia di rapporti familiari contrarie ai principi costituzionali, dichiarandone l’illegittimità. Così facendo, la Consulta ha consentito ai principi costituzionali di trovare applicazione pratica.

Il doppio sistema normativo, che aveva determinato una vera e propria inconciliabilità tra la disciplina costituzionale e la disciplina codicistica dei rapporti di famiglia, ha subito un decisivo revirement con l’entrata in vigore della legge 19 maggio 1975, n. 151, che è intervenuta a riformare l’intera materia ed ha apportato ragguardevoli modifiche all’impianto del Codice civile in tema di rapporti familiari, conformando quest’ultimo ai principi espressi dalla Carta de Diritti.
Successivamente all’entrata in vigore della legge 151/75, il principio della parità tra coniugi è stato ribadito anche all’interno del Codice civile e, in particolare, nell’art. 143; ed è stata abrogata la disposizione secondo cui successivamente alla celebrazione del matrimonio la moglie avrebbe dovuto sostituire al proprio il cognome del marito. La riforma del diritto di famiglia, pertanto, ha avuto il pregio di delineare un nuovo assetto dei rapporti familiari, non più limitandosi ad equiparare la posizione giuridica dei coniugi in via di principio, ma introducendo disposizioni di dettaglio, finalizzate a dare attuazione pratica al principio di eguaglianza giuridica tra moglie e marito.
In particolare, uno degli aspetti di maggior rilievo conseguenti alla riforma è consistito nella modifica della disciplina della separazione personale dei coniugi, che è stata svincolata dal requisito della colpa, potendosi fondare sulla semplice intollerabilità della prosecuzione della convivenza, che si verifichi indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi. Tale scelta legislativa ha determinato il passaggio da una concezione “pubblicistica” della famiglia, intesa come nucleo indivisibile sottoposto all’autorità del marito, alla valorizzazione della dimensione “privatistica” di ciascun coniuge, garantendo ad entrambi gli sposi la medesima capacità decisionale in ordine alle questioni attinenti la vita matrimoniale.
E’ con la riforma apportata dalla legge 8 febbraio 2006, n. 54, che si assiste ad un’ulteriore decisa apertura nei confronti della condivisione delle scelte familiari tra i coniugi, non solo in costanza di matrimonio, ma anche successivamente allo scioglimento del rapporto coniugale. In particolare, la citata riforma ha introdotto un nuovo modello di affidamento dei figli in caso di separazione dei genitori, caratterizzato dalla condivisione, in posizione di sostanziale parità, di tutte le scelte aventi ad oggetto la prole. La legge 54/2006 ha, inoltre, introdotto l’art. 155-sexies, che, al secondo comma, attribuisce al giudice della separazione il potere di indirizzare i coniugi verso un percorso di mediazione familiare, affinché questi possano addivenire ad una soluzione congiunta delle questioni nascenti dalla separazione, in special modo al fine della salvaguardia degli interessi dei figli.
Ripercorrendo l’iter delle riforme citate, che – si precisa – costituiscono solo alcuni esempi degli interventi normativi più significativi che hanno interessato il diritto di famiglia e, in particolare, i rapporti tra coniugi, emerge con limpidezza la progressiva valorizzazione della figura della donna (e della madre) all’interno del nucleo familiare. L’ordinamento italiano, a far data dall’entrata in vigore della Costituzione, si è progressivamente sensibilizzato al tema dell’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, garantendo alla moglie una crescente emancipazione dalla potestà maritale e l’assunzione del ruolo di guida della famiglia al pari del marito. L’attuale assetto normativo, pertanto, ha determinato una vera e propria responsabilizzazione della donna all’interno del nucleo familiare, sia dal punto di vista morale, che materiale, facendone spesso la protagonista di scelte coraggiose in nome del massimo bene possibile.
Studio Legale Luigi Parenti